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Radiologia

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La radiologia medica è la branca della medicina che si occupa della produzione e della lettura a fine diagnostico o terapeutico di immagini radiografiche. È detta anche radiologia diagnostica. La branca della medicina che si occupa invece della produzione di raggi X a scopo terapeutico è detta radioterapia. La radiologia ha subito negli ultimi cinquanta anni uno sviluppo travolgente in ambito diagnostico e terapeutico ed occupa oggi un ruolo fondamentale ed imprescindibile nella diagnosi e nel trattamento della stragrande maggioranza delle patologie umane.

Il medico radiologo clinico (6 anni di percorso accademico con Laurea magistrale in Medicina e Chirurgia più 5 anni di formazione specialistica in radiologia diagnostica e interventistica) è uno specialista che, grazie alle sue capacità clinico-radiologiche e sfruttando le metodologie diagnostiche tecnologicamente avanzate si occupa, in collaborazione con gli altri specialisti medici, della gestione diagnostica e terapeutica del paziente.

Il Tecnico Sanitario di Radiologia Medica (3 anni di percorso formativo con Laurea triennale appartenente alla classe delle Lauree sanitarie) offre invece un aiuto quotidiano fondamentale nello svolgimento tecnico-pratico degli esami diagnostici.

Le tecniche radiodiagnostiche

La radiologia sfrutta essenzialmente tecniche di imaging utilizzando raggi X, ma non solo. Le principali tecniche sono le seguenti:

L'ecografia e la Risonanza magnetica non necessitano di radiazioni ionizzanti. Appartengono in ogni caso a pieno titolo al corpus radiologico; in particolare per la Risonanza Magnetica la complessità di tale tecnica rende il medico radiologo più preparato rispetto ad altre figure professionali, essendo la Specializzazione in radiologia diagnostica e interventistica l'unica scuola di specialità a prevedere la formazione per l'imaging a risonanza magnetica.

Storia

Storicamente nasce qualche anno dopo la scoperta dei raggi X da parte di Wilhelm Conrad Röntgen, avvenuta nel 1895. Nel 1896 Antoine Henri Becquerel scopre la radioattività naturale dell'uranio. Nel 1898 Marie e Pierre Curie scoprono la radioattività del polonio e del radio.

Fino alla seconda metà del XX secolo, la radiologia restava l'unico metodo di esplorazione indiretto dell'interno del paziente; sul finire del 1900 vennero inventate ed assorbite nella branca radiologica altre tecniche di esplorazione non basate sull'utilizzo di radiazioni ionizzanti. Per questo motivo, pur restando il nome "radiologia" come indicativo delle indagini interne, talvolta oggi si preferisce la terminologia diagnostica per immagini.

Le immagini da raggi X sono ottenute generando, appunto, un potente fascio di raggi X per mezzo di un tubo radiogeno e facendolo passare attraverso il corpo del paziente. Tali raggi possono essere assorbiti dai tessuti del paziente, deviati dagli urti con gli atomi del corpo, o passare indisturbati e le frazioni in gioco dipendono dall'energia dei raggi utilizzati e dal tipo di tessuto irradiato.

Il fascio uscente dal paziente deve essere reso visibile; per questo motivo, nella prima metà del 1900 venivano usati opportuni strati di fosfori su vetro (fluoroscopia): i raggi X colpivano lo strato, che emetteva luce ed il radiologo, di fronte al paziente (e al fascio di radiazione), osservava quanto visibile sul vetro. Questa geometria, date le quasi nulle protezioni dalle radiazioni, generò molti casi di morte tra i radiologi.

La situazione migliorò notevolmente con l'uso di film fotografici messi a contatto con il paziente, all'interno di speciali contenitori che nascondevano il film alla luce. Impressionati dai raggi X, tali film (lastre) venivano poi sviluppati, tramite un procedimento fotografico; questo permetteva al radiologo di osservare con calma la radiografia, senza problemi di radiazione, su uno schermo illuminato in modo uniforme (negativoscopio o diafanoscopio).

Nella seconda metà del 1900 vennero introdotti schermi al tungstato di calcio da parte della francese DuPont, in grado di convertire i raggi X in luce: se posti a contatto con il film, dopo lo sviluppo, si aveva una radiografia, che da un lato era un po' meno definita nei dettagli, ma che in compenso permetteva di avere un'immagine con una dose di radiazioni ridotta almeno di un fattore 10, con riduzione del rischio per il paziente. Il film poteva anche essere sensibile su entrambe le facce, ciascuna a contatto con un schermo di rinforzo, in modo da ridurre ulteriormente la dose. La situazione è ulteriormente migliorata negli anni sessanta, con l'introduzione di schermi alle "Terre rare" (ossisolfuro di gadolinio) da parte dell'italiana Ferrania Technologies: l'efficienza aumentò e in corrispondenza la dose per esame fornita al paziente diminuì ulteriormente.

Ulteriori perfezionamenti riguardarono sia il film (aumento della qualità dell'immagine, sviluppo a tempi ridotti) che gli schermi di rinforzo (aumento dell'efficienza), portando questi sistemi vicini al limite tecnologico.

Negli anni trenta il radiologo italiano Alessandro Vallebona ha proposto una metodica per rappresentare un solo strato del corpo sulla pellicola radiografica: questo esame porta il nome di stratigrafia. Sfruttando principi di geometria proiettiva, con la pendolazione del tubo radiogeno, tutti i piani al di sopra e al di sotto dello strato di interesse vengono eliminati. La stratigrafia ha rappresentato fino alla metà degli anni ottanta uno dei pilastri della diagnostica radiologica, ma grazie all'avvento del calcolatore è stata progressivamente soppiantata.